Questa volta sono di parte.
Assolutamente di parte.
J. K. Rowling è una delle mie scrittrici preferite.
Non solo mi piace, sono innamorata pazza della sua scrittura e del mondo che ha saputo creare attorno al suo personaggio più famoso, Harry Potter.
Ho intenzione di rileggere tutti e sette i suoi volumi ( per ora sono al quarto) assieme a mio figlio, sognando una prossima vacanza in Scozia.
Ho letto anche il suo primo romanzo "per adulti", "Il seggio vacante", che mi è piaciuto molto - e di questo credo che ve ne parlerò a breve - .
Ma qui c'è un problema.
Questo è un romanzo giallo. E io non sono tipo da gialli.
Mi immedesimo troppo, quando leggo, e mi spavento.
E non mi va di avere degli incubi, la notte, così evito proprio il genere. Tranne qualche eccezione.
Vedi Agatha Christie. Vedi Stephen King.
E vedi la Rowling.
In questo romanzo facciamo, per la prima volta, la conoscenza di Cormoran Strike, l'investigatore privato, con un passato da militare in Afganistan, cui toccherà indagare sulla morte della bellissima modella Lula Landry, apparentemente suicidatasi gettandosi dal suo balcone in pieno centro a Londra.
E' un personaggio a tutto tondo, Strike, con un passato ingombrante che spesso torna a tormentarlo, un presente incerto ma sorretto da una tenace determinazione a trovare la verità e dalla capacità di riuscirci.
In questo compito Strike sarà affiancato dalla giovane Robin, efficiente e creativa segretaria, innamorata del lavoro investigativo e decisa a farsi assumere indeterminatamente da Cormoran.
Gran parte del fascino di questo romanzo va senza dubbio attribuito all'ambientazione, alla Londra che la Rowling ben conosce, con i suoi pub, le sue eleganti vie del centro, il traffico e i lavori stradali infiniti, le boutique esclusive. Qui, in particolare, vengono accesi i riflettori sul mondo della moda, fatto di stilisti, modelle, truccatori, autisti e paparazzi e il giudizio che ne viene fuori non è molto positivo. Lula, in sostanza, era sola e nessuno ha saputo starle vicino e proteggerla, né la famiglia, che si vantava della sua fama come di un bel gioiello antico, né i suoi amici, che cercavano di sfruttarla come meglio potevano.
Della scrittura della signora Rowling c'è poco da dire.
Scorrevole, precisa, efficace, mai un inciampo o un aggettivo fuori posto.
La lettura di questo romanzo è riuscita davvero ad allontanarmi da tutti i miei pensieri e a catapultarmi in un altro luogo e in un altro tempo, risvegliando la criminologa che c'è in me.
Forse il fatto che abbia indovinato l'assassino quasi fin da subito non depone a favore della complessità della trama; in realtà un conto è immaginare un possibile ( e probabile) colpevole, un altro comprendere le motivazioni profonde che spingono un personaggio ad agire in un determinato modo.
Ve lo consiglio, con il cuore.
Buon martedì di inizio autunno, di cielo coperto e aria fresca.
Raffaella
La casa vicino al treno
Ieri ho fatto due torte.
Era da tanto che non capitava.
Da prima dell'estate, almeno. Da molto prima, credo.
Ne ho fatte due perché ieri era il giorno del dodicesimo compleanno di Pietro e non ero sicura quale torta avrebbe preferito.
Ne ho fatte due perché, da quando mi sono convertita ai dolci vegani, avevo completamente messo da parte il mio vecchio quaderno di carta a mano, pieno di ricette pescate qua e là nei libri di cucina e nel web, che invece i miei bambini amavano molto. Sono dovuta andare in taverna per trovarlo, nascosto sotto una pila di giornali.
E ho trovato, tra le sue pagine macchiate, tante ricette interessanti di cui non mi ricordavo più.
Pensavo che non sarei più stata capace di fare quello che facevo qualche anno fa. Invece mi sono ricordata tutto.
Come si scioglie il burro a bagnomaria, come si mentano gli albumi a neve, come si taglia sottile la frutta per creare un decoro.
Come si mescola con la spatola mentre si aggiunge la meringa all'impasto, facendo attenzione a non smontarla, come deve essere dorata la superficie per essere ben cotta, come fare a capire se la torta è pronta davvero.
Mi sono ricordata tutto, anche della sensazione di serenità e pace che provo ogni volta che mi metto a preparare una torta.
E ho deciso che non posso più fare a meno di questo, non posso più fare a meno di fare, il più possibile, le cose che mi fanno stare bene, anche se ho poco tempo e sono sempre di corsa. Lo dobbiamo a noi stessi, cercare, ogni giorno, di essere almeno un pochino felici. Questa torta è stato il mio pezzettino di felicità di oggi.
Delle due, per ora vi propongo quella più vicina ai miei gusti e agli ingredienti che uso di solito. E' una vecchia ricetta di Benedetta Parodi ( ebbene si, ho imparato seguendo lei) ma rivisitata da me.
ingredienti:
- 2 mele
- 200 gr di farina 00 ( o 100 gr di "00" e 100 gr di integrale)
- 100 gr di miele
- 100 gr di zucchero di canna
- 1 cucchiaino di lievito
- 1 cucchiaino di cannella
- 150 ml di latte
- 100 gr di burro
- un pizzico di sale
preparazione:
Sciogli il burro a bagnomaria assieme al miele, poi fallo raffreddare e mettilo da parte. Intanto mescola in una ciotola la farina con il lievito, la cannella e il sale. Aggiungi prima il latte e poi il burro, mescolando il tutto con una frusta elettrica.
Aggiungi infine lo zucchero e una mela tagliata a tocchetti piccoli.
A questo punto il tuo impasto è pronto. Prima di versarlo imburra la tortiera, cospargi il fondo di zucchero di canna e disponi l'altra mela, tagliata a fettine sottili, secondo il tuo gusto, cercando di creare un disegno gradevole.
Versaci sopra l'impasto e cuoci per 40 minuti a 180°.
Una volta fredda, rovesciala.
La ricetta originale prevedeva le pere ma secondo me è buona, in questa stagione, anche con le prugne.
Buona merenda,
Raffaella
La casa vicino al treno
Ho letto questo libro al mare.
Ci ho messo più del solito perché, impegnata a fare quello che ho fatto - vedi post precedente - leggevo solo la sera e dopo pranzo.
Ci ho messo più del solito a leggerlo perché, ogni capitolo costituisce un'unità completa in se stessa, come una scena di un film. Alla fine del capitolo, invece del desiderio di correre a leggere il resto, per un bisogno di saperne di più che spesso un buon libro porta con sé, io chiudevo il libro e, quasi sempre, pensavo: perfetto.
Non c'è null'altro da aggiungere. L'autore ha detto quello che doveva dire e lo ha detto alla grande. Mi veniva voglia, ogni volta, di fargli i complimenti.
E sentivo la necessità di rimanere un po' con le sensazioni che la lettura di quel capitolo aveva suscitato in me.Ancora un po'. Fino alla prossima sessione di lettura.
( In particolare "Ma figurati se la chiamo Luna" è un vero capolavoro, un romanzo nel romanzo).
Forse l'ho già scritto per altri libri ma qui si ride e si sorride di continuo e si piange - tantissimo! - e non nel finale.
Ci si riconosce nei personaggi strani e meravigliosi che Genovesi ci presenta, ci si specchia nei loro difetti e nelle loro debolezze e in quel senso di alienazione che spesso ci portiamo dentro.
Si finisce per conoscerli a fondo, questi sgangherati, improbabili e proprio per questo così veri personaggi, e alla fine non si può che voler loro bene, anche a uno come Ferro, che alla prima occhiata lo manderesti a quel paese o a Marino, con tutti i fallimenti della sua vita.
La bella Serena, i figli Luca e Luna, Sandro, sconclusionato quarantenne con gli amici Marino e Rambo, Ferro, bagnino in pensione con il nipote acquisito Zot, che viene da Chernobyl: una manciata di vite prese a caso, in un posto a caso, Forte dei Marmi, ma lontano dall'estate, quando in giro non c'è nessuno e per passare il tempo ti devi inventare qualcosa.
Ma la vita ha già deciso per loro e quando rovescia sulle loro teste le sue onde tremende ciascuno reagisce come può, facendo finta di andare avanti o chiudendosi in se stesso, aggrappandosi a un sogno o guardando la vita con cinismo. Ma nessuno si salva da solo ed sarà proprio l'amicizia e il sostegno reciproco che li terrà a galla e, come i pesci, li farà stare con il muso verso la corrente, verso tutto quello che può arrivare, di buono e di cattivo, senza voltarsi mai.
Ho adorato l'uso sapiente del punto di vista che fa qui Genovesi.
Il romanzo alterna, infatti, la prima persona quando a parlare è Luna; la seconda quando incontriamo Serena ( e quel "tu Serena" non me lo posso più scordare) e la terza, nella descrizione degli altri personaggi, in un'alternanza che non stanca mai e permette di capire immediatamente, dalle prime righe, di che si sta parlando.
Bellissimi i dialoghi, infarciti di modi di dire ed espressioni prese dal dialetto, che conferiscono , se ce ne fosse bisogno, ulteriore vitalità ai personaggi meravigliosamente descritti, vivi anche per quella capacità di introspezione psicologica che certo non manca all'autore. Genovesi è credibile sia quando ci racconta dei tre amici quarantenni, sia quando si mette nei panni di una tredicenne quanto in quelli della madre.
Dopo aver chiuso il libro mi ha colto un grande senso di perdita.
Mi mancavano. Mi mancano. Tanto.
Avrei voluto tantissimo trascorrere tutta la mia estate al mare in loro compagnia. Non è stato possibile, ma li ho portati dentro di me comunque.
E vorrei lasciarvi con due citazioni:
"Siamo tutti normali, finché non ci conosci abbastanza".
"(...) lo trattano così male, poveraccio." "Ma chi"
"Lo spazzacamino. Ma perché lo trattano così?"
"Perché è nero (...)"
"Vabbè, ho capito, ma a me mi stanno lontani perché sono tutta bianca. Come deve essere uno per piacere alla gente?" (...)
"Sai Luna, mi sa che a questo mondo, se vuoi piacere alla gente, devi essere grigio come loro. Noi non siamo grigi, e ce la fanno pagare ogni giorno".
Buona lettura,
Raffaella
La casa vicino al treno
Avevo immaginato un'estate diversa.
Saremmo dovuti andare al mare ma in un posto nuovo, magari in un villaggio.
Poi, però, il caldo assurdo di quest'estate ha fiaccato la mia voglia di fare e di organizzare.
E così, come ogni anno, ci siamo ritrovati in Liguria, stessa spiaggia, stesso mare.
Ci abbiamo messo una settimana buona per riprenderci, per ricominciare ad uscire, passeggiare, nuotare. Per ricominciare ad apprezzare un tramonto, i gabbiani, la compagnia degli amici.
La seconda settimana è stata caldissima e se n'è andata via veloce tra tuffi e giochi in spiaggia - loro - ricerca spasmodica dell'ombra e di ogni più piccolo alito di vento - io.
La terza abbiamo avuto ospiti, poi erano gli ultimi giorni per mio marito e sono anch'essi volati con intense giornate in spiaggia.
In breve: cos'ho fatto quest'estate? Niente.
Non un viaggio in un posto sconosciuto, non la conoscenza di persone nuove, nessuna gita.
Però ho osservato, tanto.
Ho guardato il mare, per ore.
Da casa, dalla spiaggia, dalla strada.
Ho ascoltato la musica ritmica del suo respiro eterno.
Ho imparato a riconoscere i venti, dal loro primo apparire, poco più che un refolo sulla pelle, fino alla loro forza violenta, che strapazza tutto quello che trova sulla sua strada.
Mi sono fatta maltrattare da un Libeccio incattivito e mi sono stretta forte nell'asciugamano, quando si levava il Maestrale.
Ho guardato cieli di ogni tipo cambiare velocemente davanti ai miei occhi. Ho visto buffe nuvolette sospese sul mare e tre arcobaleni. Ho visto grosse nubi cariche di pioggia avanzare lente dalla montagna.
Ho osservato i gabbiani e ho amato il loro planare attraverso le correnti, immobili, senza sbattere le ali e ho avuto la grande fortuna di vederne uno che mi è passato in volo sopra la testa con un pesce nel becco, seguito da altri due che lo chiamavano a gran voce.
Ho vissuto momenti di fusione con la natura, abbracciata dal mare, accarezzata dal vento, illuminata dal sole,massaggiata dalla sabbia, intrattenuta dai gabbiani, distratta dalle nuvole, divertita dai pesciolini che mi guizzavano accanto.
Non ho fatto niente.
Proprio quello che non riesco mai a fare durante l'anno, tra una corsa e l'altra dietro ai miei bambini ( questa volta correvano da soli, io li guardavo da lontano).
Passato un primo momento di ansia - oddio non ho fatto niente, ma proprio niente quest'anno - se dovessi fare un bilancio, direi che sono partita completamente a terra e sono tornata piena di energia. E non mi sembra un risultato da poco.
In questo momento, mentre scrivo, se guardo fuori dalla finestra vedo solo verde. Di tutte le sfumature, chiaro, scuro, brillante.
Un verde intenso e pulsante bagnato dalla pioggia.
Questa è la mia casa ed è qui che voglio vivere.
La vera vacanza, per me, comincia ora.
Buona continuazione di giornata, vi abbraccio.
Raffaella
La casa vicino al treno
Fate attenzione: questo libro è un antidoto potentissimo contro lo sconforto, la sfiducia, il pessimismo, la mancanza di obiettivi.
Se siete convinti che la crisi non avrà fine, che non riuscirete a ritagliarvi un posto tutto per voi in questa società e che è inutile darsi ad fare tanto le cose non miglioreranno, non so se basterà leggere un libro.
Se invece una fiammella di passione è sempre accesa dentro di voi, se riuscite comunque a coltivare la speranza, se avete voglia di fare, anche se non sapete bene cosa, allora questo libro può esservi utile.
Mario Calabresi raccoglie alcune storie di uomini e donne che "non hanno avuto paura di diventare grandi". Ragazzi e ragazze che sono partiti da zero e hanno instancabilmente inseguito i loro sogni, ovunque li portassero.
A cominciare da Gigi e Mirella, zii dell'autore, entrambi medici, che nel 1970, a ventisette anni, sono partiti subito dopo il loro matrimonio per l'Uganda.
Qui hanno vissuto per cinque anni, in mezzo al nulla, creando e facendo funzionare un ospedale, tra difficoltà inimmaginabili.
Ce l'hanno fatta e sono anche riusciti a crescere tre figli, oltre che a dedicare tutta la loro vita ai malati e ai bisognosi, in Africa come in un paesino di montagna sopra Bergamo. La loro storia fa da filo conduttore del libro, legando tra loro tutte le altre.
Ci sono storie di giovani che si sono messi completamente in gioco lasciando l'Italia, dove la situazione ristagnava da troppo tempo, per fare un'esperienza di lavoro in Cina o per fare i volontari in Africa.
C'è chi, invece, ha avuto il coraggio di rimanere e di continuare a fare il lavoro del padre, sia esso quello del pescatore o del mugnaio, ma in un modo del tutto nuovo, studiando, innovando e assorbendo tutti gli stimoli esterni per fare sempre meglio, per fare a modo proprio.
Questo libro trasmette una PASSIONE e un'ENERGIA senza pari e ci grida a gran voce di svegliarci, di darci da fare, di cercare di dare un'impronta positiva a questa nostra società, di fare ciascuno quello per cui è nato, di seguire dunque i propri sogni ma, allo stesso tempo, di cercare di farlo al meglio delle proprie possibilità perché il successo di un singolo può davvero essere il successo di tutti noi, fosse anche solo per lo slancio e l'energia che un esempio positivo è in grado di dare a tante altre persone. E' un libro rivolto ai giovani ma anch'io, che giovane non sono, vi ho trovato una forza e un'incoraggiamento come non se ne trovano facilmente, in questo periodo. Sono fermamente convinta che gli esempi positivi siano vitali, non tanto per fare paragoni, che è una cosa che non mi è mai piaciuta, ognuno di noi ha i propri problemi e le proprie sofferenze che non credo si attenuino pensando, ad esempio, che in Africa in questo momento fa molto più caldo e forse hanno anche meno da bere; ci fa stare meglio? Non credo.
Penso invece che gli esempi positivi siano essenziali per darci una bella svegliata, per farci capire che il momento di agire è ora, ora è il momento di fare qualcosa, di cercare di cambiare le cose, di provare a realizzare i nostri sogni per dimostrare con gli esempi ai nostri figli che si, si può fare, è dura ma si può.
Non solo vite di giovani ci presenta Calabresi ma, anzi, una di quelle che ho apprezzato di più è stata la testimonianza di un professore ultraottantenne, pieno di vita, che insegna ancora e che parla di "una trottola che finché gira rimane in piedi, quando si ferma è finito il gioco. Mai perdere le occasioni ma continuare a muoversi, a cercare, a leggere, ad avere rapporti sociali".
Ma vorrei infine condividere con voi la lezione più commovente, più toccante e profonda, quella che due sorelle di settantaquattro e settantasei anni, Andra e Tatiana Bucci, insegnano ai giovani che accompagnano nel lager dove sono state rinchiuse da bambine:
" Se abbiamo superato noi il dolore, lo shock, il lager, la paura, e la convinzione di essere rimaste sole al mondo e poi la difficoltà del ritorno a casa, allora voi ragazzi potete superare la crisi e lo smarrimento che vi circondano. Ma dovete avere il coraggio di pensare con la vostra testa, avere forza di volontà, stringere i denti e non andare dietro ai discorsi negativi."
Niente da aggiungere.
Vi abbraccio forte
Raffaella
La casa vicino al treno
Qualche giorno fa una strana inquietudine si faceva lentamente strada dentro di me.
Mi sembrava di non riuscire a combinare nulla.
Sentivo di aver bisogno di un cambiamento.
Un viaggio sarebbe stato l'ideale ma in quel momento non era proprio possibile. Dovevo fare qualcosa.
Dovevo buttare fuori quel senso immotivato di angoscia che mi ribolliva dentro.
Poi una sera, sdraiata sul letto, mentre fissavo il soffitto mi è venuta l'Idea.
Sposto i mobili.
Cambio le carte in tavola, confondo le idee, muto le prospettive.
Vario le distanze, traccio nuovi confini. Abbandono le certezze, alleno il mio cervello a riconoscere altri spazi, disegno nuovi contorni.
Ho cominciato dalla camera da letto. Ora la sento più mia, più intima, così ripulita e semplificata com'è, con qualche oggetto in meno e la mia toletta bianca con lo specchio messa accanto al letto, così vicina da sentirne il respiro.
Peccato quasi non alzarsi in piena notte, guidata dall'urgenza di un'ispirazione improvvisa e sedersi lì accanto, facendo meno rumore possibile, per fissare alcuni pensieri su uno dei miei quaderni colorati, alla luce di una lampadina. Sollevare poi per un attimo lo sguardo e vedersi riflessi nella penombra, assonnata ma con quel luccichio negli occhi.
Sono passata poi alla camera di Bianca.
Quella di Pietro no, non aveva mobili spostabili.
In quella di Bianca invece ci sono tanti pezzi leggeri, azzurri e blu, che si possono combinare, tra loro, in vario modo.
Le ho spostato il letto e messo accanto una cassettiera che la protegga da ingressi improvvisi.
Le ho messo la casa delle Barbie - fatta da me con tre cassette di legno per il vino ridipinte - sul vecchio comodino, col cassetto a fare da guardaroba per abiti minuscoli.
L'altra cassettiera, ora di fianco all'armadio, come due vecchie signore di stazza e statura differenti che chiacchierano a braccetto, sottovoce, è diventata l'appoggio ideale per i tantissimi cavalli di ogni tipo che Bianca colleziona.
Ma quello di cui vado maggiormente fiera è la creazione di un angolo della stanza completamente libero da mobili, uno spazio tutto per la mia piccola con una lavagna appesa al muro e tutte le sue borsette a portata di mano.
Forse ho pensato alla bambina che sono stata quando ho deciso dove collocare ciascun mobile.
Quello che più avrei desiderato da piccola, infatti, era un angolo solo mio, una nicchia protetta dove nascondermi a leggere e a inventare le storie che mi facevano compagnia.
Sono contenta che ora un posto così ce l'abbia Bianca.
Sono arrivata alla conclusione che spostare i mobili sia terapeutico.
Sappiamo tutti che il cambiamento è positivo, che tutto scorre come l'acqua e, come l'acqua, se ristagna, poi marcisce.
Lo sappiamo ma non lo applichiamo quasi mai alla nostra vita.
Sempre la stessa colazione, al mattino.
Sempre la stessa strada, per andare al lavoro. Lo stesso genere di vestiti. Gli stessi amici. A volte persino le stesse vacanze.
Ma...perché?
Perché il cambiamento ci fa paura.
Non sappiamo quello che ci aspetta, come ci sentiremo in quella nuova situazione, cosa dirà la gente.
E spesso ci lasciamo scoraggiare.
E io non sono certo meglio di voi. Anzi.
Poi però arrivano dei momenti nella vita in cui restare fermi diventa impossibile.
Fermarsi, rimanere immobili, fare sempre le stesse cose, non evolvere, non allargare la propria consapevolezza. Questo è tutto il contrario della vita.
La vita invece è gioia, amore, entusiasmo, curiosità, fiducia, allegria, consapevolezza, comprensione, empatia, amore, amore.
Per questo sto cercando di attuare cambiamenti a piccole dosi.
E mutare l'aspetto delle stanze in cui viviamo, in cui trascorriamo la maggior parte della nostra vita equivale a cambiare un po' anche la nostra interiorità. Credo sia una premessa per cambiamenti più considerevoli.
In questi giorni ho anche ripreso in mano il mio consumato manuale di FENG SHUI.
Ho riletto solo alcune parti, quelle che mi interessavano.
Se dovessi applicare alla lettera i suoi insegnamenti, anche solo i principali, probabilmente dovrei rivoluzionare completamente le camere da letto - non che mi dispiacerebbe, anzi -.
Però su una cosa siamo d'accordo: questa antica disciplina orientale che mira ad armonizzare l'uomo con l'ambiente che lo circonda per facilitare lo scorrere della CH'i, ovvero l'energia positiva, crede che ogni oggetto sia in qualche modo vivo perché contiene una sua energia in grado di influenzarci e, allo stesso modo, che ogni edificio sia un qualcosa che respira e che abbraccia l'uomo per fondersi con esso.
Io lo trovo meraviglioso. E lo sento profondamente vero.
La mia casa respira, l'ho sentita tante volte. Quell'impercettibile espansione, quell'attimo di sospensione immobile seguito infine da un ritorno, un rilassamento accompagnato da un refolo d'aria che corre per le stanze.
E ieri sera giurerei di aver sentito la mia toletta lamentarsi per il caldo ma potrei anche essermi sbagliata, la canicola notturna potrebbe anche avermi confuso le idee. Per quanto...
Raffaella
La casa vicino al treno
Quand'è, secondo voi, che ci si comincia a preoccupare della propria età? A preoccupare veramente, voglio dire?
Quand'è che ci raggiunge la consapevolezza che una bella fetta di torta della nostra vita, la fetta più spensierata e inconsapevole, più leggera e divertita se n'è andata per sempre?
Forse quando diventiamo genitori?
O quando i trent'anni cominciano ad allontanarsi e, guardandoci indietro, non li vediamo più così vicini?
Ma non scherziamo!
A trent'anni si è giovani, giovanissimi per i parametri italiani - dove la carriera, soprattutto in politica, arriva molto più tardi.
Io ho avuto mia figlia a trentaquattro anni e sebbene non mi sentissi giovanissima quegli anni sono volati tra pappe, che mi sputava in faccia, e notti in bianco, cercando contemporaneamente di dar retta a mio figlio che iniziava le elementari e organizzando, poi, il trasloco nella nuova casa.
Quando sono uscita dalla "trance" i quaranta si stavano paurosamente avvicinando.
Ho cercato di esorcizzarli in tutti i modi: ho cominciato a fare yoga, stretching dei meridiani e i cinque tibetani.
Ho preso lezioni di dizione e lettura teatrale.
Ho cominciato a curarmi solo in modo naturale, con l'omeopatia e lo shiatsu. Mi sono persino iscritta ad un corso di danza classica - le altre avevano tutte diciassette anni! ( Ma dovevate vedermi con i collant rosa carne!).
Ho eliminato lo zucchero bianco, il burro e la carne rossa. Aspiro persino a diventare vegana.
Ma niente da fare! I quarant'anni soon arrivati lo stesso, puntuali per di più.
E, a quel punto, cosa potevo fare?
Li ho accolti con un sorriso a denti stretti e poi ho cercato di ignorarli.
Vi posso in tutta onestà confessare che il giorno in cui si compiono non è che avvenga chissà quale decadimento fisico. Non c'è un crollo totale, insomma, né qual giorno, né quella settimana.
Direi che si tratta piuttosto di un processo degenerativo più globale, di cui forse ti accorgi solo ora.
Quel capello bianco - in realtà ti tingi allegramente da anni, ma mentre prima ti raccontavi che lo facevi per dare più luminosità al colore naturale o per provare tutte le sfumature di rosso esistenti in natura - e non, soprattutto NON - ora sei tristemente consapevole del fatto che lo fai per non sembrare Barbara Bush ( e qui mi può capire solo chi ha una certa età).
Quelle rughe attorno agli occhi, "d'espressione" certo, ma perché la tua espressione non è mai serena come quella del Dalai Lama? Saresti liscissima, in quel caso.
E la mia scoperta più recente: quel filo, diciamo filo, di cellulite sulle cosce, nonostante sia magra in tutto il resto del corpo ( anche troppo). Dicono sia colpa della ritenzione idrica: ho seri dubbi al riguardo visto che sono almeno trent'anni che mangio insipido e che non bevo quasi mai ( questo non andrebbe fatto, ma io non ho sete!).
Che cavolo si "ritiene" allora nelle mie cosce? Aria fritta?
La verità è che così nasci e così devi morire ( nonostante ti stia ammazzando di yoga, anzi forse morirai proprio di quello).
La notizia positiva però è che, soprattutto se smettiamo di mangiare pesce, tra qualche anno non avremo più la memoria che abbiamo ora, così con ogni probabilità ci dimenticheremo di pomeriggio perché durante la mattina, guardandoci allo specchio, ci sia venuto il malumore.
Allo stesso tempo ci calerà anche la vista e a quel punto riconoscere tutti i nostri difetti allo specchio non sarà più tanto semplice.
Dio vede e provvede.
( Ma non per me. Sono miope e ci vedo sempre meglio ogni anno che passa, pur non mettendo quasi mai gli occhiali. Alla faccia di tutti i medici che in quarant'anni mi hanno fatto sentire in colpa se non li portavo sempre).
Tutte queste considerazioni semiserie mi sono venute in mente leggendo il libro che Nora Ephron, famosa regista e sceneggiatrice americana, ha scritto nel 2006, quando aveva sessantacinque anni. Mentre lo leggevo ho pensato che quando un'autrice , o un autore, è GRANDE, sa scegliere le parole e sa metterle in fila, per così dire, può parlare di qualsiasi cosa. Anche di argomenti apparentemente banali ma che ci riguardano tutti. Senza cadere mai nella volgarità.
Leggendolo ho pensato anche a quale grande magia sia la scrittura e che potere grandissimo abbia: quello di far idealmente dialogare me, neo-quarantenne smarrita e sgomenta con Nora, che purtroppo è scomparsa tre anni fa per una leucemia ma che sa farmi sorridere di quello che sto vivendo, lei che l'ha vissuto prima di me e sa, oh se lo sa, quello di cui scrive.
Grazie Nora, grazie per la tua sincerità e per il tuo coraggio.
Raffaella
La casa vicino al treno